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Riflessioni sulla Sostenibilità: SIFÀ intervista Paolo Barilla

SIFÀ, in occasione della presentazione del Bilancio di Sostenibilità, ha avuto il piacere di intervistare Paolo Barilla, imprenditore e attuale Vicepresidente del Gruppo Barilla, uno degli stakeholder più rilevanti per la Società guidata da Paolo Ghinolfi. Durante questo interessante confronto, i riflettori si sono accesi su tematiche attuali e di estrema rilevanza quali la sostenibilità ambientale, gli investimenti delle aziende su progetti innovativi, i cambiamenti che le imprese hanno dovuto affrontare a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 e i valori comuni che legano SIFÀ a una delle Aziende italiane più importanti e influenti nel tessuto economico nazionale e internazionale.

Di seguito riportiamo lo stimolante scambio con Paolo Barilla.

Qual è la sua visione sui temi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica nel mercato globale?

"Il processo di industrializzazione avviato a metà del ’900 è stato una delle maggiori conquiste del genere umano. Per secoli l’uomo ha dovuto affrontare momenti critici segnati da carestie e pandemie che decimavano l’intera popolazione mondiale, e il raggiungimento di un modello economico basato sull’industrializzazione ha consentito di ottenere uno stato di benessere che non aveva eguali nel passato.

Il simbolo per eccellenza di questo progresso, radicato profondamente nella nostra cultura e società, è sicuramente l’auto a combustione. A partire dagli anni ’50, l’automobile rappresentava un modello di sviluppo sociale e di benessere conquistato dopo secoli di sacrifici e, attualmente, la generazione di quegli anni ancora percepisce il possesso dell’auto come simbolo di conquista.

Già ai tempi, tuttavia, il mondo scientifico aveva espresso le sue preoccupazioni in merito alle conseguenze che tale modello industriale potesse determinare nel lungo termine sulla salute dell’uomo e sull’ambiente circostante, ma non è stato in grado di comunicarlo in maniera convincente né alle istituzioni né al pubblico. Neanche il movimento ambientalista nato negli anni 70 – e poi diffusosi negli anni ’80 soprattutto negli Stati Uniti d’America – è stato così influente da apportare un reale cambiamento nel sistema, probabilmente a causa di un’assenza di volontà da parte delle istituzioni e della classe dirigente di affrontare seriamente il problema.

Oggi stiamo di fatto pagando il prezzo della conquista di un modello industriale che si è dimostrato essere non sostenibile nel lungo termine. Fortunatamente, il flusso di informazioni generato dal mondo scientifico è riuscito a raggiungere, nel tempo, sia le istituzioni sia il grande pubblico e gli effetti delle emissioni di CO2 nell’ambiente sono diventati visibili a tutti e, per tale motivo, non più contestabili, se non da una parte minoritaria. Si parla quindi di sostenibilità ambientale, ma tale terminologia è nata proprio dalla presa di coscienza che il vecchio modello economico di tipo lineare non è più gestibile nel lungo termine. Il libero accesso ai beni e il facile consumo degli stessi senza una reale strategia di smaltimento e di riutilizzo ha generato un “senso di colpa” comune verso quei comportamenti ormai cristallizzati nella nostra cultura d’appartenenza.  Un disagio che però ha un’accezione positiva, perché è un passaggio fondamentale per mettere in discussione le proprie credenze e imboccare la strada del vero cambiamento. Oggi stiamo vivendo a pieno questa frustrazione perché sono in atto i primi tentativi di trasformazione che ci consentiranno di costruire un futuro sostenibile.

Attualmente, l’uomo sta consumando le risorse di 1,7 pianeti pur essendo consapevole che ne esista solo uno. Da questa consapevolezza va sviluppato un nuovo approccio che sostituisca gradualmente l’attuale modello industriale. A livello terminologico, molti dei meccanismi economici girano intorno al termine Pil: se il Pil è alto allora il benessere del Paese è elevato, se è basso il contrario. In realtà, il Pil è un indicatore economico che misura il valore aggregato, a prezzi di mercato, di tutti i beni prodotti da un Paese in un dato periodo. È dunque utile a determinare il livello di benessere di un Paese e a stabilire i consumi prodotti che spesso non fanno il paio con il concetto di sostenibilità. Purtroppo siamo abituati a un modello economico che indirizzi la popolazione verso un modo di vivere sempre più dipendente dall’accumulo di beni di consumo: i prodotti vanno consumati e poi distrutti affinché se ne possano comprare di nuovi con lo scopo di mantenere sempre alto il livello del Pil economico.

Si rende quindi necessaria creazione di un modello di produzione e consumo alternativo: il concetto di Economia Circolare è esattamente l’alternativa che stiamo cercando di costruire in questo momento".

Quanto è importante che le imprese investano su progetti di sostenibilità nel breve, medio e lungo termine?

"I progetti nel breve termine sono fondamentali per iniziare a modificare quei piccoli aspetti necessari a costruire col tempo una nuova mentalità e rappresentano, quindi, un indicatore essenziale per il raggiungimento di uno stile di vita differente. Ovviamente, per raggiungere un’innovazione robusta, i progetti di sostenibilità vanno poi sviluppati nel lungo termine, almeno in un arco temporale che va dai 15 ai 20 anni: stando alle ultime ricerche, ad esempio, sembra che l’idrogeno sia, in prospettiva, la fonte energetica alternativa più efficace, ma per industrializzarlo e renderlo fruibile a livello economico saranno necessari almeno una ventina d’anni.

Anche a livello aziendale è utile sviluppare lo stesso tipo di meccanismo. Uno degli aspetti più importanti per la riuscita di tali progetti è sicuramente il confronto con altre dimensioni. I progetti a breve termine sono più facili da gestire in quanto rimangono sotto il controllo della singola impresa ma il più grande cambiamento che un’azienda possa attuare per il proprio benessere è aprirsi al confronto con altre realtà aziendali.

Per esempio, per il Gruppo Barilla è stato fondamentale integrarsi con il contesto agricolo, innanzitutto per comprenderlo meglio e successivamente per soddisfare i suoi bisogni, tenendo conto anche degli aspetti legati alla sostenibilità economica e all’impatto ambientale. Abbiamo raggiunto dei risultati straordinari attraverso la collaborazione con enti terzi, ovvero le università, che ci hanno aiutato a studiare un modello agronomico industriale più efficiente e sostenibile: abbiamo constatato, infatti, come il sistema della rotazione delle colture giovi innanzitutto all’agricoltore, grazie alla generazione di prodotti diversi ottenuti nello stesso momento, ma anche all’ambiente perché tale sistema riduce sistematicamente l’utilizzo di sostanze chimiche, come i fertilizzanti. In questo modo, l’agricoltore risparmia soldi, l’impatto ambientale si riduce e il consumatore finale si nutre di alimenti più salutari.

Questo è un esempio d’integrazione virtuosa che, connettendosi anche con il sistema di distribuzione, riesce a minimizzare in maniera rilevante l’impatto dell’agricoltura di livello industriale sull’ambiente. Anche il singolo individuo può contribuire nel suo piccolo a fare la differenza, per esempio abituandosi a consumare solo frutta di stagione.

Nel processo di cambiamento, un ruolo molto importante è occupato anche dal sistema educativo perché, in quanto individui, operiamo in maniera più efficiente solo se possediamo le giuste conoscenze. La maggior parte dei cittadini non ha ancora ricevuto informazioni chiare su come poter contribuire a salvaguardare il pianeta ed è necessario che le acquisisca il prima possibile. Bisogna far leva soprattutto sui giovani perché le generazioni precedenti hanno più difficoltà a modificare i propri comportamenti, e in questo senso la scuola svolge un ruolo vitale perché forma le menti dei professionisti del domani, rendendoli più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale. Inoltre, la giovani generazioni possono contare sul supporto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, in forza delle quali è possibile gestire una miriade di dati trasversali e ottenere una risultante in tempi brevissimi.

All’interno del contesto aziendale si tende a gestire una parte del lavoro molto ristretta: prima era impossibile essere a conoscenza di tutte le problematiche relative alla fruizione delle materie prime o alle conseguenze della loro estrazione a livello ambientale, sociale e politico (si pensi alle miniere di cobalto nell’instabile Repubblica Democratica del Congo). Si gestiva solo la trasformazione della materia prima in prodotto e la successiva vendita dello stesso. Non si aveva alcuna conoscenza in merito agli effetti che le sostanze chimiche presenti negli alimenti potessero avere sulla nutrizione e sulla salute dei consumatori. 

Da dieci anni il Gruppo Barilla ha iniziato a correlare tutti questi elementi. Per noi sostenibilità significa creare un prodotto che deve essere innanzitutto buono e gustoso, ma anche possedere tutti i principi nutritivi atti a soddisfare il quotidiano apporto calorico e preservare la salute dei nostri consumatori nel lungo termine. Oggi riusciamo a lavorare contemporaneamente su tutte queste dimensioni ma è possibile solo grazie all’aiuto della tecnologia".

La pandemia da COVID-19 ha apportato dei cambiamenti alla riflessione sulla sostenibilità? Se sì, come? Con quali nuovi indirizzi?

"Secondo me, oltre all’impatto sulla nostra salute e sicurezza, questa pandemia ci ha dato modo di riflettere su un aspetto che troppo spesso abbiamo trascurato: la nostra fragilità.

Abbiamo costruito nel tempo uno stile di vita da deterministi: nascere, crescere, trovare un lavoro, curarsi quando si è malati, andare in pensione perché lo Stato ce lo garantisce. Ci siamo adagiati su un modello di sicurezza che è illusorio e mai come quest’anno abbiamo dovuto fare i conti con questa illusione. Quando si pensa di far parte di un sistema sociale, ci si illude che certi avvenimenti non possano accadere, almeno non a noi. E quando diamo per scontata la sicurezza indissolubile del sistema ci discostiamo dal pensare a quegli “inconvenienti” che possono far crollare in tempi brevissimi tutta la struttura. In questo caso, l’inconveniente è stato un virus che, nell’arco di pochi mesi, ha bloccato il sistema produttivo, sanitario, finanziario di tutto il mondo. Èd è successo perché abbiamo ampiamente sottovalutato un importante principio: l’essere umano è fragile e pensare di essere indistruttibili ha abbassato le nostre difese.

L’insegnamento che dobbiamo dunque trarre da questo periodo difficile è di ricordarci del nostro essere vulnerabili e, quindi, operare sempre nell’ottica di tutelarci. Quando pensiamo alla sostenibilità, infatti, dobbiamo riflettere sui modi per proteggere la nostra fragilità e fronteggiare quegli ostacoli che possono intaccare adesso, nel presente, la nostra salute, e non nel lontano futuro.

Questa presa di coscienza deve fungere da stimolo per cambiare il più rapidamente possibile la nostra mentalità. Sostenere, per esempio, di diventare carbon neutral nel 2050 posticipa in un certo modo l’avvenimento: dobbiamo sempre di più lavorare nell’immediato per poter concretamente arrivare al raggiungimento di obiettivi così ambiziosi.

Nel nostro caso, la Barilla è un azienda fondata nel 1877 e quando si hanno alle spalle più di cento anni di storia si tende a considerarsi inattaccabili. Io personalmente ho sempre avuto l’idea opposta, non perché sia pessimista ma perché sono cosciente di vivere all’interno di un sistema volubile che può farci scomparire da un momento all’altro. Non dare nulla per scontato ci sprona ad andare avanti e a impegnarci sempre di più. È un sforzo quotidiano che è anche il senso della nostra vita".

Sulla base di quanto sopra condiviso, come si posiziona Barilla? Quali sono i valori che persegue e quali gli obiettivi di sostenibilità?

"Barilla è stata fondata sui principi di una cultura sana che può trovare la sua origine in un “paternalismo aziendale” messo in atto da mio nonno Riccardo e poi portato avanti da mio padre Pietro. Intendo il termine “paternalismo” in un’accezione positiva, ovvero quella di prendersi cura di qualcuno. Successivamente, la cultura dell’impresa è stata portata avanti da tantissime altre persone ma il principio su cui si basa è rimasto sempre lo stesso: il prendersi cura. La filosofia su cui impostiamo il nostro lavoro è molto importante perché ci predispone verso un certo tipo di azione. Mio padre ha vissuto in pieno il dopoguerra nel quale la parola “progresso” significava l’andare avanti tutti insieme, perché una società può progredire solo se tutti vanno nella stessa direzione. Era un principio molto inclusivo che non si basava egoisticamente sull’idea di avere successo a discapito di qualcun altro. In azienda la parola “progresso” non è più citata però la cultura rimane quella di allargare lo sguardo verso uno scenario più ampio: si parte dal prodotto per poi studiare gli effetti che questo produce e la relazione con la società in cui questo viene distribuito.

Oggi non bisogna più considerare unicamente l’ambito territoriale che ci circonda ma tutto il nostro pianeta e le persone che vivono al suo interno. Questi sono i principi su cui si basa la nostra cultura che con il tempo ha solo preso una dimensione diversa ma nell’essenza è rimasta immutata: una cultura inclusiva che vuole “abbracciare” tutto.

È un approccio che ci consente di realizzare dei progetti che vadano sempre oltre la pura richiesta di mercato, ed è molto gratificante pensare di guardare sempre un po’ più lontano, oltre l’orizzonte già tracciato.

Oltre a darci dei traguardi a lungo termine, ci siamo concentrati anche su progetti a breve termine proprio perché desiderosi di voler imparare passo dopo passo. Con alcuni Brand come Mulino Bianco, Gran Cereale, Wasa e Harrys, abbiamo già raggiunto la neutralità carbonica e stiamo lavorando per essere il prima possibile a impatto zero anche su tutti gli altri Marchi del Gruppo.

Un aspetto molto rilevante per cui potremmo essere un motore di coesione, è il lavoro condiviso con i partner. Prima ho citato il settore agricolo, ma anche alcune catene di supermercati del settore distributivo sono molto interessate a intraprendere con noi la stessa strada della sostenibilità.

Infine, l’ultimo elemento della catena è il consumatore finale e ritengo essenziale fare leva, con partner credibili e con le istituzioni, sulla cultura e sull’educazione del Paese.

Attualmente, la generazione che detiene il controllo è rappresentata da persone di una certa età, ma per ottenere un reale cambiamento di rotta dovremo attendere il momento in cui i nostri giovani diventeranno i decisori del mondo di domani. E’ possibile infatti modificare il sistema solo tramite il passaggio a una nuova cultura generazionale: quando i ragazzi cresciuti con il mito di Greta Thunberg inizieranno a progettare e a essere responsabili di decisioni governative, in quel momento cambieremo il nostro modo di pensare. D’altra parte, i rappresentanti della vecchia generazione non devono né rallentare né ostacolare questo cambiamento, ma al contrario supportare e stimolare i giovani ad esprimersi al meglio per accelerare il processo".

L’impegno di Barilla in termini di Responsabilità Sociale d’Impresa è rappresentato, anche, dalla scelta di dotarsi di un parco auto prevalentemente ad alimentazione ibrida ed elettrica. Quali indicazioni o suggestioni si sente di dare agli operatori del Noleggio a Lungo Termine e a SIFÀ in particolare perché contribuiscano a una mobilità sempre più sostenibile?

"Mi sento di suggerire agli operatori di Noleggio a Lungo Termine come SIFÀ, che sono impegnati per una mobilità più sostenibile, di informare il più possibile i propri clienti riguardo alla necessità di investire il giusto tempo per la comprensione di tale cambiamento: avere le idee chiare è un bisogno di tutti e attualmente credo che manchi un’informazione limpida e semplificata sulle tematiche relative, ad esempio, alle alimentazioni alternative. Si discute molto riguardo alle ingenti somme di denaro che si stanno investendo per diffondere l’elettrico e sulla percentuale di mezzi che si produrranno nell’arco di 20 anni ma quello che manca, a mio avviso, è una spiegazione semplice riguardo al punto in cui siamo adesso. Esistono delle problematiche di carattere economico legate a questa transizione che non ancora state risolte, come il valore da dare all’usato o il complesso smaltimento delle auto elettrificate, e di cui le persone sanno veramente poco.

Il mio dubbio è che probabilmente, tra qualche anno, questa massiccia campagna di sponsorizzazione dell’auto elettrica porterà a del malcontento, scaturito da alte aspettative non soddisfatte proprio a causa dell’assenza di chiarezza sull’attuale funzionamento di questo tipo di alimentazione. Un bene di consumo, come l’automobile, deve portare sia a un soddisfacimento nel lungo termine ma anche ad avere dei razionali di entrata, di fruibilità e di uscita. In questo periodo, suggerirei di mettere sul mercato dei prototipi per sperimentare innanzitutto la reazione che suscita l’auto elettrica nel consumatore, piuttosto che spingere in maniera così diretta un tipo di alimentazione che è ancora in fase di sperimentazione.

Lo Stato della California ha dichiarato che dal 2030 vieterà la vendita di auto a combustione, ma per far sì che un’azione così decisa sia realmente attuabile, occorre che sia necessariamente accompagnata da un piano di incentivi solido. In Italia, ad esempio, le azioni fatte finora non sono sufficienti per cambiare completamente il parco auto circolante. È importante inoltre chiarire che le auto diesel di ultima generazione hanno un impatto ambientale davvero ridotto. Probabilmente, sarebbe più giusto partire dallo svecchiare le flotte circolanti dai veicoli obsoleti e molto inquinanti e favorire l’acquisto di modelli aggiornati ai nuovi standard antinquinamento, come gli Euro 6. Non tutti, infatti, si possono permettere modelli ibridi o elettrici e soprattutto non sempre questi tipi di alimentazioni alternative sono la risposta più giusta alle esigenze di utilizzo della popolazione, soprattutto se si analizzano ancora i vincoli esistenti, come l’estrazione e l’utilizzo di risorse rare per la produzione di batterie, il processo di decadimento della loro autonomia e la rete di infrastrutture di ricarica ancora poco distribuita sul territorio nazionale".

Come può la collaborazione con SIFÀ supportare il raggiungimento dei vostri obiettivi di sostenibilità?

"È dal dialogo continuo con altre aziende che si creano davvero nuovi spunti di innovazione del servizio. Lavorare insieme a una realtà come SIFÀ ci aiuta ad approfondire meglio la nostra conoscenza del settore automotive, allargando lo sguardo dal servizio che l’azienda offre, ovvero il Noleggio a Lungo Termine, a una dimensione più ampia di mobilità.

Per fare un esempio concreto con la realtà che circonda l’azienda Barilla, a Pedrignano, frazione del comune di Parma, esistono già dei servizi alternativi, come le piste ciclabili, che permettono di raggiungere il centro cittadino in totale sicurezza, ma è di vitale importanza collaborare con specialisti del settore che possano aiutarci a sviluppare ulteriormente una rete di trasporti innovativa. È fondamentale dunque continuare ad affrontare il tema della mobilità ricercando aiuti e stimoli dall’esterno e, quando necessario, “tirare anche la giacca” alle istituzioni per far in modo che tali progetti possano essere realizzati".

Team SIFÀ

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